Testimonianze Immaginale

La pedagogia immaginale è un viaggio stupefacente.

Abbandonando la scorza indurita dello sguardo, si dischiudono mondi di inaudita profondità e bellezza.

L’opaca realtà s’inumidisce alla fonte di sorprendenti visioni riconsegnandoci ad un mondo ancora fertile e capace di lenire le ferite dell’anima.

Lorenzo Grimaldi, educatore e pedagogista

L’incontro con la pedagogia immaginale per me ha significato scoprire che l’anima – la tua, la mia, l’anima delle cose e del mondo – è un’immagine che si svela lentamente e al di fuori del nostro controllo, sguardo e giudizio.

Attraverso le pratiche e gli esercizi della pedagogia immaginale ho imparato a sostare su tale immagine e ripensarla, o per meglio dire reimmaginarla, pazientemente e con il dovuto riguardo.

Nutrita da questa cura paziente, l’anima non ha tardato a donarsi, regalando – a me e ai miei compagni di viaggi immaginali – momenti di profonda connessione con l’esistenza.

Marco Epis, imprenditore e facilitatore archetipico e immaginale

Come scoprendo l’esistenza di una nuova dimensione, passando dalla bidimensionalità alla tridimensionalità; così è stato incontrare l’immaginale (il messaggio) e soprattutto mentori (i suoi messaggeri). Grazie alla tessitura sempre più ricca, colorata, vivida delle lezioni di Paolo e Marina (non solo lezioni, piuttosto “esperienze”) e al dischiudersi graduale delle parole di Bachelard, Corbin, Hillman, Bousquet, si è composto un fiore inebriante che non mi ha solo concesso di affacciarmi su un mondo nuovo, ma ha inondato di colore e profumo l’universo che già frequentavo, troppo spesso limitato a tecnicismi e strutture.

L’Arte come “modo” di guardare al mondo e alle cose è uno dei doni più preziosi che ho ricevuto grazie al lavoro sull’approccio immaginale. Così la poesia, il cinema, la pittura, la musica, il gioco, non sono più componenti scisse o nicchie accessibili temporaneamente soltanto uscendo dalla grigia ordinarietà, al contrario diventano il sangue, la polpa, il sistema nervoso attraverso cui pulsa ogni scorcio visivo in cui si intrattenga lo sguardo.

Di questo cantare poetando, di questo guardare colorando che vibra all’unisono con la delicatezza, che riconosce come un valore la fragilità e la precarietà, che si impasta all’anima delle cose, sarò grato per sempre pensando all’imbattersi della cultura immaginale nella mia vita. Lo sviluppo di una certa sensibilità, come un distillato frutto di un lento lavoro, mi ha permesso di non dover per forza cercare o incontrare qualcosa di “forte”, “violento” ed “estremo” per farmi compiere i movimenti trasformativi che ho sempre cercato. Goccia dopo goccia, respirando anziché ansimando, sussurrando anziché gridando, con la nebbia al posto della tempesta ed il rivolo al posto del torrente, ho visto allargarsi ed approfondirsi indefinitamente il campo dello sguardo che accoglie ciò che è in grado di trasformarci, una profondità a cui si sposa la leggerezza.

Claudio Marucchi, scrittore

Il mio incontro con la pedagogia immaginale:
Ci sono approdata per caso, guidata da un forte malessere. La frequento ogni giorno, per schivare il benessere.
Mi ha insegnato ad accogliere come benvenuto ogni sussulto dell’anima, soprattutto il più sgradito.
Mi permette di guardare, solo per sentire; e mi costringe ad ascoltare per vedere.
Mi ha portato in dono l’affido alla mia incertezza e alla mia notte.
Spesso mi rallenta e mi incanta.
Mi ha chiarito che non sono io l’agente: mi impegna quotidianamente al bene di vivere.
Ringrazio ogni giorno di aver toccato questo porto.

Michela Grienti, musicista

Difficile in questo momento per me trovare parole per introdurre questo percorso di formazione alla pedagogia immaginale che è un’opportunità davvero straordinaria di arricchimento e trasformazione. La mia valutazione non può che essere personale e non professionale o ‘utilitaristica’ in qualsiasi maniera perché nella vita non mi occupo né di cura né di formazione. Credo – sempre più, tuttavia – nello spreco, nell’abbondanza, nella generosità, nel godimento libero e non finalizzato, nel tempo non produttivo che… come la natura ci insegna in ogni manifestazione, è l’unica sana forma di preparazione che possiamo avere rispetto alle controversie come alle vette della felicità. Da questo punto di vista sono arrivata alla convinzione che devi avere dentro la domanda, che è una domanda di senso, di ricerca e di bellezza. Ecco, se dentro di te c’è questa domanda, un percorso come questo ti fa sentire come una pianta che finalmente riceve acqua alla fine di una giornata afosa, dalle radici alle foglie, non c’è nulla di più vivificante. Un’apertura, un innamoramento, la sperimentazione di un Eros che ravviva davvero i colori di cui é fatto il mondo grazie alla coltivazione dello sguardo….
(Parlo per esperienza diretta, si)

Paola Gennari, esperta di digital e social marketing

La Pedagogia immaginale: lo scarto, la parte, il tutto

“Questo scarto in rapporto alla prassi o alla norma permette di accedere ad un simbolismo di natura esponenziale […],
vale a dire un simbolismo all’interno del quale le logiche o i procedimenti messi in atto vengono essi stessi trasgrediti per attingere ad un altro livello, superiore al precedente” (Michel Pastoureau, Medioevo simbolico)

La Pedagogia immaginale è stata per me un’opportunità per ripensare e rifondare il mio amore per la cultura, in particolare una cultura delle immagini e dell’immaginazione. Ho riscoperto l’immaginario come luogo, spazio privilegiato, lago sommerso, dove il simbolico affiora nella sua veste più vera. Uno spazio vitale, che cura e che accoglie, chi, come me, era impaurito e deluso da un mondo nel quale primeggia una ragione che calcola, misura, separa, mercifica il nostro rapporto con la natura e con il mondo.

La Pedagogia immaginale ci offre dunque lo spazio del simbolo, piccolo mistero polisemantico, che dietro ad un senso “oggettivo” e visibile ne nasconde un altro, invisibile e più profondo: “Il simbolo desta presagi, il linguaggio può solo spiegare… Il simbolo spinge le sue radici fin nelle più segrete profondità dell’anima, il linguaggio, come un alito silenzioso di vento, sfiora la superficie della comprensione… elementi più diversi in un’impressione unitaria… Le parole rendono finito l’infinito, i simboli portano lo spirito oltre i confini del finito, del divenire….. Essi destano suggestioni, sono segni dell’ineffabile e sono inesauribili… “, così si esprime Bachofen.

Chiamiamo simboli dunque le espressioni supreme della facoltà d’immaginare, sono loro caratteristiche l’istantaneità, la totalità, l’impenetrabilità dell’origine, la necessità. E il simbolo, con un potere irresistibile, attira a sé la contemplazione. Esso è sorgente di immagini vive, conoscenza profonda che la ragione tenta di raggiungere con una successione di inferenze, ma non ci riesce, poiché esso ci conquista, unitamente al senso, totalmente e in un solo momento, anche se ogni volta in maniera differente, sempre stupendoci, come se fosse la prima.

Il simbolo ci richiede però uno spazio e un tempo per esprimersi: lo spazio dell’attesa per potersi manifestare, il tempo dell’ascolto per poterci parlare da una delle sue tante bocche. Fondamentale risulta allora la scelta della radura in cui sostare e dell’epochè, la sospensione di qualsiasi giudizio o pre –giudizio di fronte alla cosa simbolica, per lasciare che essa sia.

Il compito della Pedagogia immaginale si può dunque riassumere nel tentativo di costruire una cultura orientata alla scoperta del simbolico e rivolta alla cura dell’uomo e della donna. Anche la scuola può uscirne eticamente rinnovata: invece di disciplinare può diventare luogo significativo di ascolto e di scoperta, terreno d’incontro con gli altri, con il proprio corpo simbolico, con le emozioni e con oggetti culturali “vivi”, per un’etica dello sguardo e una nuova forma di educazione.

Cristina Pifferi, insegnante

Ho sempre avuto l’impressione sin dall’infanzia che questo non fosse il solo mondo possibile ma che ne esistesse un altro a fianco, un gradino più sopra. A dividerlo solo una parete di carta sottile. Ne sentivo vibrare le corde, la sua voce di là dell’oltre mi arrivava come un richiamo.
Questo luogo incantato l’ho trovato negli incontri dell’ Atelier dell’ Immaginale in un’ anonima stanza universtaria, che diventava la fantastica città di Magonia, da cui provengono tutte le creature misteriose delle storie e dei miti,le entità enigmatiche che abitano il mondo dell’Immaginale e Marina spirito aereo, sollevando quella cortina di cui dicevo prima e tendendo la mano ci faceva salire quel gradino e varcare quella soglia.
Come diventa magico questo mondo piatto quando di ritorno dalle incursioni in quel oltremondo si porta di qua qualche scia luminosa, un filone d’oro da seguire, un sentiero disseminato di tracce che un occhio che ascolta coglie con la meraviglia di chi si ritrova finalmente, dopo essersi perso.
Preservare l’innocenza dello sguardo è una frase che mi risuona molto:
come si vede una poesia, come si ascolta un quadro.
Andando oltre la razionalità dell’attenzione forzata l’immagine si apre, si rivela, immateriale, come una musica, che l’occhio può solo ascoltare.
Il dono dell’ Immaginale sono un paio d’occhi nuovi.
Occhi come specchi senza i quali il Mondo, quello vero, non avrebbe immagine, e come specchi posti uno di fronte all’altro, questi occhi e il Tutto percepito, rimandando all’infinito l’uno l’immagine dell’altro, riflettono le infinite possibilità di senso e forse anche il volto segreto del nostro demone celeste.

Rain, spirito libero e libera ricercatrice

All’inizio è stato un piacere intellettuale alla scoperta di nuovi mondi. Ne limitavo la potenza. Sviluppa una postura: apre i nostri diversi ricettori per lasciar esprimere l’altro da sé, immersi in un tempo che non è solo lineare, in una vita che è anche morte. Regala consapevolezza, rispetto e fiducia nei semi e nei segni dell’universo. Lascia una traccia fluida. È stato bello scoprirlo insieme.

Luisa Adani, coach e counselor

All’inizio è stato un groviglio di fili colorati
una matassa indistinta
che chiedeva spazio e tempo
l’immagine scelta per presentarmi

il cammino è stato, a tratti, avvolto nella nebbia
a volte faticoso
sempre seducente e affascinate nel suo disvelarsi

un abbraccio e un sorriso all’arrivo e al congedo
sguardi e voci in attesa
tempo di semina

un cambio di sguardo, di postura
è stato il raccolto
sostare nell’ignoto e nel mistero
con paura e desiderio
rallentare il passo
attraversare paesaggi e suoni
sguardi, sorrisi, lacrime e abbracci.

Trasmutazioni in nuovi orizzonti.

Iolanda Gioia, pedagogista

La pedagogia immaginale ha dato delle immagini a qualcosa a cui non riuscivo neanche a dare un nome.
È fatta di arte quel tipo di arte che non ha bisogno di spiegazione, si impone alla percezione umana e chissà a quanto altro.
La pedagogia immaginale è il bellissimo intento di un gruppo di persone che amano, cantastorie muti davanti al vero, che tessono bellissimi drappi fatto di fili di sensibilità e coscienza.
È l’umiltà della razionalità che recinta d’oro ciò che non le compete.
Il folle cuore scavalca richiamato da altri cuori.

Matteo Megale, educatore